Merry Mittal, Taranto

Tutto tace sulla questione Ilva, sulla quale però continua a gravare il peso dell’ultimo accordo raggiunto. Un accordo, tuttavia, tutt’altro che scontato, motivo che spiega questo pesantissimo velo di silenzio. Il primo ostacolo è costituito dall’Antitrust europeo, che dovrà valutare se l’operazione fra Governo e Mittal può configurarsi come aiuto di Stato e, dunque, suscettibile di alterare il mercato. Un segnale importante circa la difficoltà di questo passaggio ci viene fornito proprio dal ritardo con cui i diretti interessati hanno trasmesso la pratica all’Antitrust.

Ci sono poi le indecenti clausole cosiddette “sospensive”, per le quali l’accordo salterà se, entro maggio 2022, gli impianti dell’area a caldo non verranno dissequestrati, se Mittal sarà gravata da carichi penali pendenti e se il piano ambientale non verrà rivisto (chiaramente al ribasso). Le prime due clausole prevedono pericolosissimi rischi di ingerenza della politica sul potere indipendente della Magistratura, mentre in ambito ambientale sarà parecchio più facile…
In tal senso il messaggio dell’altro giorno dell’AD Morselli in audizione alla Camera è stato chiarissimo, sebbene vada registrato come ulteriore segnale della fragilità dell’accordo, il suo atteggiamento estremamente dimesso ed evasivo.

Tutt’attorno invece cosa accade? Da Comune e Regione paiono già terminati i moti di protesta, sempre annunciati e mai attuati, se non in forma aleatoria. Resta in piedi unicamente la strada dell’ordinanza al TAR per la quale è stata rinviata la sentenza a gennaio prossimo.

Dal PD locale, per bocca del commissario Oddati, si sottolineano i “passi in avanti” dell’accordo, nell’evidente tentativo di far passare per non così malvagio un piano di salvataggio che invece è pessimo per il territorio, oltre che estremamente debole dal punto di vista occupazionale.

Sul fronte dei nostri onorevoli c’è invece un fuggi-fuggi generale fra chi, come il Sottosegretario Turco, continua a dirsi estraneo al fascicolo Ilva, salvo poi essere ringraziato dalla Morselli per il lavoro di ricucitura col territorio fatto dallo stesso senatore. Stessa solfa per il povero onorevole Vianello che ha pensato bene di restituire voce alla sua rabbia provando ad attribuirne tutte le cause al Ministro (del suo Governo) Gualtieri, dopo gli anni passati a giustificare le altrettanto complici e fallimentari manovre di Di Maio.

L’opposizione? Non pervenuta. Ma conoscendo la posizione del centro destra sulla questione Ilva, sicuramente meglio il silenzio.

Chi esce poi da questa storia con le ossa rotte sono i sindacati, che probabilmente sarebbe più giusto definire “confindustriali”, che confederali. Il loro sguardo miope è puntato su occupazione e piano industriale senza considerare né la qualità di quel lavoro e né la sua tenuta. Eppure, per quanto le questioni sanitarie ed ambientali possano disinteressare, basterebbe pensare che nessun piano economico al mondo stabilisce le quantità di beni da produrre a partire dal numero di occupati che si intende garantire.
Anche questo segno di un accordo che fa acqua da tutte le parti e al quale occorre continuare ad opporsi pretendendo di salvare Taranto e non la fabbrica.

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