Ambiente

Non chiamatelo Piano ambientale

Il prossimo 23 agosto dovrebbero (il condizionale è d’obbligo) scadere i termini del Piano Ambientale al quale lo stabilimento ex Ilva di Taranto è sottoposto, ma Acciaierie d’Italia ha fatto richiesta di rinvio perché, a loro dire, il Ministero dell’Ambiente ha cincischiato sui rilievi all’attuazione delle prescrizioni.

Da poche settimane si è aperta la procedura per il rilascio della nuova AIA ad Acciaierie d’Italia senza che, di fatto, siano state ottemperate le prescrizioni della vecchia!

Il Piano Ambientale è diventata la foglia di fico per gestori e commissari di questa fabbrica. Tutto ciò si aggiunge al nuovo filone di indagine aperto a dicembre scorso dalla magistratura tarantina riguardo ai lavori di adeguamento ambientale del siderurgico e al pronunciamento della Corte d’Assise che aveva chiaramente affermato che «neppure l’adempimento completo dei lavori Aia rappresenterebbe condizione sufficiente per il dissequestro».

Un quadro fallace che dimostra, ancora una volta, come non esista nessuna strada percorribile per sanare una fabbrica che non dà alcuna risposta né sul piano ambientale e sanitario, né economico e occupazionale. Alla luce degli esuberi previsti e delle casse integrazioni pluriennali non esiste più neppure l’antinomia fra salute e lavoro.

Per tutto questo chiediamo che Regione e Comune non sottoscrivano alcuna nuova autorizzazione, prendendo atto di una verità ineluttabile e sotto gli occhi di tutti: che l’unica soluzione ai problemi di Taranto (e del Paese) è chiudere definitivamente quegli impianti, senza sperperare altri fondi pubblici (si parla di altri cinque miliardi di euro per un’operazione senza alcuna garanzia di salubrità e resa economica).

In un paese normale, la fabbrica avrebbe già chiuso nel luglio del 2012 per comprovati e gravissimi reati ambientali. Invece assistiamo a un continuo di proroghe e rinvii di ciò che chiamano “piano ambientale” per non chiamarlo “presa per i fondelli colossale”.