๐๐ ๐๐๐๐๐๐๐๐ ๐๐๐๐๐๐๐๐๐๐๐
In questi giorni si torna a parlare concretamente di nucleare.
Il Senato ha approvato definitivamente la legge delega sullโenergia nucleare, definita nel testo ๐ฌ๐จ๐ฌ๐ญ๐๐ง๐ข๐๐ข๐ฅ๐. Una parola che ricorre molto, ma che da sola non risolve nessuno dei problemi che accompagnano questa tecnologia.
Perchรฉ una legge non produce energia. E soprattutto non costruisce una centrale.
Il nuovo nucleare richiede investimenti enormi, tempi lunghi e una filiera industriale che lโItalia dovrebbe in larga parte ricostruire. Non รจ un dettaglio, soprattutto se lo si presenta come risposta alle esigenze energetiche del Paese nel prossimo futuro. I grandi impianti realizzati in Europa negli ultimi decenni mostrano quanto facilmente tempi e costi iniziali possano dilatarsi, mentre gli SMR, i reattori modulari sui quali oggi si concentra una parte delle aspettative, sono ancora lontani da una produzione commerciale su larga scala.
C’รจ poi un altro equivoco: il nucleare puรฒ certamente ridurre la dipendenza dal gas, ma non significa affatto indipendenza energetica. Il combustibile nucleare appartiene a una filiera internazionale che comprende estrazione, conversione, arricchimento e fabbricazione. ร una dipendenza diversa, potenzialmente piรน gestibile attraverso le scorte, ma pur sempre una dipendenza.
E poi ci sono i rifiuti radioattivi. La tecnologia puรฒ cambiare, possono cambiare i reattori, possono cambiare le procedure di sicurezza. Ma il problema della gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi non scompare perchรฉ lo si definisce all’interno di una legge come parte di un ๐ง๐ฎ๐๐ฅ๐๐๐ซ๐ ๐ฌ๐จ๐ฌ๐ญ๐๐ง๐ข๐๐ข๐ฅ๐.
๐ฬ ๐ช๐ฎ๐ข ๐๐ก๐ ๐ข๐ฅ ๐ญ๐๐ฆ๐ ๐๐ง๐๐ซ๐ ๐๐ญ๐ข๐๐จ ๐๐ข๐ฏ๐๐ง๐ญ๐ ๐ข๐ง๐๐ฏ๐ข๐ญ๐๐๐ข๐ฅ๐ฆ๐๐ง๐ญ๐ ๐๐ง๐๐ก๐ ๐ฎ๐ง ๐ญ๐๐ฆ๐ ๐ญ๐๐ซ๐ซ๐ข๐ญ๐จ๐ซ๐ข๐๐ฅ๐.
L’Italia ha giร conosciuto quanto sia difficile individuare luoghi destinati alla gestione dei rifiuti radioattivi. E ogni volta che si affronta questo argomento emerge la stessa questione: le decisioni nazionali diventano, alla fine, problemi molto concreti per comunitร e territori specifici.
Per questo anche a Taranto dovremmo guardare a questa discussione con attenzione, senza aspettare che qualcuno faccia il nostro nome.
Non perchรฉ oggi esista un progetto nucleare per Taranto. Non esiste.
Ma perchรฉ la storia della nostra cittร dovrebbe averci insegnato che le parole: โ๐ฌ๐ญ๐ซ๐๐ญ๐๐ ๐ข๐๐จโ, โ๐ง๐๐ณ๐ข๐จ๐ง๐๐ฅ๐โ ๐ โ๐ฌ๐ฏ๐ข๐ฅ๐ฎ๐ฉ๐ฉ๐จโ non sono sufficienti a valutare gli effetti di una scelta sul territorio.
Taranto ha giร conosciuto per decenni le conseguenze di un modello nel quale grandi decisioni industriali venivano assunte altrove e il territorio ne sopportava costi e conseguenze.
Oggi dovremmo pretendere un’altra logica.
La transizione energetica non puรฒ essere soltanto la ricerca della prossima grande infrastruttura da realizzare. Deve essere anche una scelta su come utilizzare il territorio, quali tecnologie privilegiare, quali filiere industriali costruire e quali costi ambientali e sociali siamo disposti a trasferire alle generazioni future.
Per questo l’aggettivo ๐ฌ๐จ๐ฌ๐ญ๐๐ง๐ข๐๐ข๐ฅ๐ non dovrebbe essere un’etichetta politica.
Dovrebbe essere una condizione da dimostrare.
E quando si parla di nucleare, quella dimostrazione riguarda non soltanto la tecnologia, ma i costi, i tempi, la sicurezza, la filiera del combustibile, la gestione dei rifiuti e soprattutto i territori chiamati a ospitarne le conseguenze.
ร un confronto che l’Italia deve affrontare con serietร .
E Taranto, proprio per la sua storia, ha tutto il diritto di pretendere che questa volta il territorio non sia l’ultima variabile dell’equazione.

