EX ILVA, SULL’AMIANTO LA PROCURA GENERALE CHIEDE DI RIVALUTARE LE PROVE
In un mondo normale, dopo tre pronunce della Corte d’Appello di Milano che hanno confermato lo stop dell’area a caldo, oggi dovremmo essere concentrati su una domanda semplice: come accompagnare Taranto verso un futuro diverso, proteggendo il lavoro e mettendo finalmente al centro la salute?
E invece la vicenda giudiziaria continua a riservarci nuovi passaggi che non ci fanno ben sperare.
Il 5 ottobre la Corte d’Appello di Milano ha confermato, per la seconda volta, il provvedimento che impone lo spegnimento degli altoforni entro il 25 ottobre, respingendo la nuova richiesta di sospensiva di Ilva e Acciaierie d’Italia. La Corte ha ribadito che il diritto alla salute deve prevalere sul pregiudizio economico legato allo spegnimento degli impianti.
Oggi arriva il parere del Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, in vista dell’udienza del 20 ottobre davanti alle Sezioni Unite.
Non è una sentenza e non è vincolante, ma contiene elementi importanti.
Sul tema dell’amianto, il Procuratore Generale chiede di rivalutare le prove relative alla presenza dell’amianto nei cowpers degli altiforni, ritenendo che questo materiale, per come sarebbe collocato, non determinerebbe un pericolo di dispersione delle fibre.
Ma il parere riguarda anche l’AIA 2025. Secondo la Procura Generale, la Corte d’Appello avrebbe errato nel ritenerla in parte illegittima, omettendo di considerare lo studio VIS e il parere favorevole dell’ISS, riferiti proprio allo scenario produttivo autorizzato, fino a 6 milioni di tonnellate annue.
Sono dunque questi alcuni degli elementi che, secondo la Procura Generale, dovrebbero essere rivalutati. Ma sarà la Cassazione, il 20 ottobre, a decidere. E, per quanto emerge dal parere, il tema delle emissioni non viene messo in discussione nello stesso modo.
Per Taranto resta una domanda enorme: possiamo davvero continuare a ridimensionare o rivalutare i rischi per la salute ogni volta che entrano in conflitto con la continuità produttiva?
Noi non siamo magistrati e non pretendiamo di sostituirci ai giudici. Siamo cittadini. Ma dopo decenni di esposizione, malattie e morti facciamo fatica ad accettare che, ogni volta che salute e produzione entrano in conflitto, si torni a discutere di quanto quel rischio sia davvero pericoloso.
Ora sarà la Cassazione a decidere.
Noi continueremo a fare quello che possiamo fare: tenere alta l’attenzione, protestare e chiedere che Taranto non venga nuovamente condannata a scegliere tra lavoro e salute.
Per questo saremo in piazza il 17 ottobre.
Il futuro di Taranto non può essere deciso ancora una volta soltanto sulla base di quanto acciaio si riesce a produrre con il sacrificio umano dei tarantini.
Il futuro di Taranto dobbiamo deciderlo noi!

