EX ILVA: BENZENE ALLE STELLE E RISCHIO LEUCEMIA INFANTILE FINO AL 250% IN PIÙ!
Dall’inchiesta bis sull’ex Ilva emergono accuse gravissime che confermano quanto Taranto denuncia da decenni e che dovrebbero imporre una riflessione definitiva sul futuro dello stabilimento siderurgico.
Secondo la Procura di Taranto, tra il 2021 e febbraio 2024 le emissioni di benzene sarebbero aumentate progressivamente, con picchi elevatissimi registrati per ben 387 giorni tra il 2022 e il 2023, superiori alle soglie di riferimento per l’esposizione acuta. L’area compromessa non riguarderebbe soltanto lo stabilimento, ma anche l’intero quartiere Tamburi-Lido Azzurro, dove risiedono oltre 16.000 persone.
Ancora più allarmanti sono i dati sanitari richiamati nell’inchiesta. Tra i residenti è stato riscontrato un eccesso di rischio per diverse patologie associate all’esposizione industriale, tra cui tumori polmonari, mesoteliomi e linfomi, oltre a un aumento dei ricoveri per tumori e malattie respiratorie. Il dato più sconvolgente riguarda i bambini, per i quali viene indicato un eccesso di rischio fino al 250% per la leucemia mieloide acuta infantile.
La Procura ipotizza il reato di disastro ambientale e sarà naturalmente la magistratura ad accertare le eventuali responsabilità penali. Ma questi dati, che si aggiungono a decenni di studi epidemiologici e denunce, rendono sempre più difficile comprendere come si possa continuare a discutere del futuro dell’ex Ilva mettendo al centro la produzione anziché la salute delle persone.
Mentre il Governo Meloni continua a intervenire con decreti salva-Ilva e a inseguire improbabili progetti di decarbonizzazione, un intero territorio continua a pagare le conseguenze di un modello industriale che ha già sacrificato troppo. Eppure, ancora oggi, c’è chi sostiene che la soluzione sia mantenere la produzione siderurgica a Taranto, magari sostituendo gli impianti e promettendo che questa volta sarà tutto diverso.
Quante altre prove servono per riconoscere che Taranto ha già pagato un prezzo insostenibile?
Per noi la strada è una sola: chiusura definitiva dell’area a caldo, tutela dei lavoratori attraverso percorsi concreti di reimpiego e prepensionamento, bonifiche e investimenti in attività economiche compatibili con la salute e con l’ambiente.
Non possiamo continuare a chiedere ai cittadini di Taranto di sacrificare la propria salute in nome di un interesse industriale che da troppo tempo prevale sui loro diritti fondamentali.
Se persino i bambini pagano con un rischio maggiore di ammalarsi, continuare a difendere questo modello industriale non è più una scelta economica: è solo una scelta politica di cui qualcuno deve finalmente assumersi la responsabilità.

