La partita AFO2

Poche ore alla scadenza dell’ultimatum a Mittal, ecco i nodi della vertenza.

Non ci sono solo l’immunità penale ed i licenziamenti alla base della mossa di ArcelorMittal. Nell’atto di citazione presentato al Tribunale di Milano, grande risalto ha la questione AFO2: Mittal lamenta all’Amministrazione straordinaria di Ilva (cioè allo Stato) di aver “deliberatamente descritto in maniera erronea e fuorviante circostanze fondamentali relative alle condizioni di AFO2 e allo stato di ottemperanza alle prescrizioni”.
Dunque gli impianti stanno messi peggio di come sarebbe stato raccontato a Mittal!
Motivo per cui l’altoforno sarebbe destinato a chiusura, poiché non potrà essere messo a norma entro il termine del 13 dicembre indicato dalla Magistratura.
A meno che… non si intervenga ancora una volta in favore della fabbrica…
Mittal avrebbe infatti già incontrato, in gran segreto, il Procuratore capo di Taranto Capristo. Le richieste sono anch’esse intuibili ad un’attenta lettura del documento di citazione: si chiederà un’interpretazione flessibile degli obblighi, in modo che la sola presentazione del cronoprogramma di interventi sia sufficiente ad ottenere un’ulteriore proroga di 15 mesi sui lavori da eseguire.
Dunque ancora concessioni, proroghe e deroghe. E ancora mesi in cui i lavoratori saranno messi a rischio su impianti pericolosi, in nome della produzione.

LICENZIAMENTI
Chi crede veramente che un colosso imprenditoriale come ArcelorMittal si sia accorto della crisi del mercato dell’acciaio solo qualche settimana dopo aver acquisito il sito di Taranto? il disegno era senz’altro già pronto da prima e nessuno è stato tanto responsabile da volerlo leggere, nonostante le argomentate denunce che produciamo da anni. I nuovi assetti globali del gruppo franco-indiano parlano di una produzione di acciaio per Taranto stabilita in 5 milioni di tonnellate ed il numero dei lavoratori necessari a farlo è 5.000 (1.000 per ogni ton prodotta). In questo gioco al massacro sulla nostra pelle, Mittal è stata perfino agevolata dallo scioglimento della cordata concorrente che, altrimenti, avrebbe ben potuto ricorrere contro le nuove condizioni per ArcelorMittal. Ora probabilmente si penserà a tamponare i licenziamenti con iso-pensioni (pochissime) e fuoriuscite a causa dell’amianto (molte di più), ma la cifra sarà poco negoziabile e il Governo non potrà farci un granché, considerato lo scarso peso che ha nella trattativa, dopo essersi consegnato a Mittal.

È IL MOMENTO DI CAMBIARE
La fabbrica è arrivata a fine vita, lo dimostrano chiaramente le informazioni fuorvianti che lo Stato avrebbe fornito a Mittal sullo stato degli impianti. I costi diretti e indiretti sulla salute dei tarantini, sul territorio, sulla nostra economia e sull’occupazione ormai non lasciano più alcuno spazio di tolleranza verso il siderurgico.
Allora anziché lanciarsi in battaglie epocali e onerose per salvare una fabbrica in pezzi e con economia senza prospettive, si investa nella riconversione economica e nella salvaguardia dei redditi dei lavoratori.
C’è il Piano di Confindustria sulle bonifiche, ripreso in Piano Taranto, a dettare tempi e costi della svolta che, da Taranto, potrebbe trainare l’intero Paese verso la rinascita. E ci sono fondi europei per le grosse aziende in crisi.

Ora cambiare non è più solo possibile, ma anche doveroso.

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