Ambiente

EX ILVA, C’È UN CONTO ENORME CHE NESSUNO PUÒ FAR FINTA DI NON VEDERE

Nei prossimi giorni sapremo se verrà sospeso o meno il decreto della Corte d’Appello di Milano che ha disposto la fermata dell’area a caldo (la decisione doveva arrivare il 9 ma i giudici si sono presi dei giorni per decidere).

Questo è il passaggio decisivo che stiamo aspettando da molti anni.

Ma qualunque discussione sul futuro dell’ex Ilva non può continuare a ignorare una questione enorme di cui si parla sempre troppo poco: le bonifiche, la messa in sicurezza e i costi ambientali di quella fabbrica.

Il decreto della Corte d’Appello di Milano del 27 luglio ha affermato un principio importantissimo: quando sono in gioco ambiente e salute non basta prevedere un risarcimento dopo che il danno è stato prodotto. La tutela deve essere innanzitutto preventiva, perché ci sono danni che i soldi, semplicemente, non possono riparare.

È un principio che dovrebbe sembrare persino ovvio a Taranto.

Ed è anche per questo che, se e quando si tornerà a parlare di offerte, cordate o possibili acquirenti, non sarà possibile fare i conti come se bonifiche e adeguamenti degli impianti non esistessero. Quei costi incidono sul valore reale dell’azienda e devono essere considerati.

Le norme italiane e soprattutto europee, del resto, vanno da tempo in questa direzione: nelle decisioni pubbliche non può contare soltanto il prezzo, ma devono entrare anche la sostenibilità ambientale, la prevenzione del danno e il principio secondo cui chi inquina deve pagarne le conseguenze.

Questo significa una cosa molto concreta: non possiamo ritrovarci, ancora una volta, con ciò che ha un valore economico destinato ai privati e con bonifiche, contaminazione e messa in sicurezza lasciate allo Stato e quindi alla collettività.

E nessuna procedura, nessun concordato e nessun pre-pack può diventare il modo per aggirare gli obblighi ambientali o rendere possibile la prosecuzione di attività in condizioni di illegalità.

Aspettiamo con ansia che venga confermata la fermata dell’area a caldo. Poi si discuterà di ciò che verrà dopo.

Ma qualsiasi futuro si immagini per quelle aree dovrà partire da una certezza: il costo ambientale dell’ex Ilva non può essere cancellato dai conti e soprattutto non può essere scaricato ancora una volta su Taranto e sulle generazioni future.

Perché “chi inquina paga” non può continuare ad essere soltanto un principio scritto sulla carta.

In foto, il grafico dell’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA) sulle morti attribuibili all’esposizione prolungata al PM2,5 nel 2023: l’Italia è al primo posto in Europa con 43.083 decessi stimati.