EX ILVA, IL 9 SETTEMBRE SI DECIDE SE SOSPENDERE LO STOP DELL’AREA A CALDO
C’è una nuova data da segnare sul calendario per il destino della nostra città: 9 settembre 2026.
Quel giorno la Corte d’Appello di Milano discuterà le istanze di sospensiva presentate separatamente da Ilva e Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria contro il decreto del 27 luglio, che ha disposto la fermata dell’area a caldo entro 90 giorni.
In parole semplici: si chiede di sospendere il provvedimento che dovrebbe portare allo spegnimento dell’acciaieria più grande e inquinante d’Europa.
Le motivazioni avanzate dalle due società ruotano essenzialmente attorno a tre conseguenze che, a loro giudizio, deriverebbero dalla fermata: danni agli impianti stimati in almeno 2 miliardi di euro, pesantissime ricadute occupazionali che coinvolgerebbero circa 15mila famiglie e conseguenze sull’intero sistema industriale italiano.
A decidere sarà un collegio della Corte diverso, nella sua composizione, da quello che il 27 luglio ha disposto il fermo.
Quel provvedimento, arrivato nell’ambito del ricorso promosso dai Genitori Tarantini insieme ad alcuni cittadini, ha stabilito anche condizioni molto precise per un’eventuale ripresa dell’attività.
Ed è qui che la vicenda diventa ancora più paradossale.
Perché mentre si moltiplicano istanze e tentativi per evitare la fermata, sentiamo parlare pochissimo di uno dei problemi più gravi richiamati proprio dai giudici: LA PRESENZA DI AMIANTO.
Attenzione: parliamo di migliaia di tonnellate di amianto presenti nello stabilimento, non di qualche lastra dimenticata in un angolo.
Tanto che la Corte ha subordinato l’eventuale ripresa dell’area a caldo alla sua rimozione integrale, oltre agli interventi necessari sulle emissioni di polveri sottili.
E allora qualcosa ci lascia francamente sconcertati.
Sentiamo parlare ogni giorno, a giusta ragione, da politici e sindacati della necessità di tutelare i lavoratori e i loro posti di lavoro, tranne sulla presenza di tutto quell’amianto nei luoghi in cui quegli stessi lavoratori trascorrono otto ore al giorno.
Noi, sinceramente, non abbiamo sentito nemmeno mezza parola in difesa della loro salute.
Eppure l’amianto è cancerogeno e può presentare il conto anche a distanza di anni.
Qualche settimana fa, a Barletta, un concerto di Jovanotti con decine di migliaia di spettatori è stato annullato dopo il ritrovamento di amianto nell’area.
Ed è stato giusto così.
Davanti a un rischio per la salute si applica il principio di precauzione e si ferma tutto.
All’ex Ilva, invece, questo principio sembra diventare improvvisamente molto più difficile da applicare.
Lì non ci sono spettatori presenti per una sola sera.
Ci sono persone che in quello stabilimento lavorano per una vita e altre migliaia di cittadini che vivono all’esterno.
E mentre il 9 settembre si discuterà se sospendere lo stop dell’area a caldo, vorremmo sentire almeno la stessa preoccupazione per la salute di quelle persone che sentiamo per la continuità produttiva.
La tutela del lavoro è sacrosanta.
Ma non può trasformarsi nell’alibi per continuare a esporre i lavoratori a rischi che nessuno accetterebbe altrove.
L’area a caldo deve chiudere.
I lavoratori devono essere tutelati.
L’amianto deve essere rimosso.
A nostro avviso, difendere un operaio non significa soltanto difendere il suo stipendio.
Significa prima di tutto difendere la sua vita.
La loro vita e quella di un’intera città che chiede, banalmente, il rispetto di diritti fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione.
Speriamo che non si facciano passi indietro.
Abbiamo già pagato abbastanza per delle colpe che non abbiamo mai avuto.

