Il giorno dopo il pronunciamento della Corte d’Appello di Milano si mescolano umori e si raccolgono commenti. Ci sono il sollievo, la gioia e la soddisfazione, ma continuano a esserci ancora rabbia e preoccupazione. La magistratura ha finalmente messo un argine a una deriva che non ha mai incontrato etica e giudizio. Resta anche quel senso di sospensione di chi, deluso da continui colpi di coda politici, ha bisogno di vedere cadere le ciminiere prima di dire che sia finita.
Sarà tuttavia difficile che il ricorso straordinario in Cassazione promosso dall’azienda possa sovvertire l’espressione della Corte, così come è difficile pensare a un nuovo decreto che possa neutralizzarla. In fin dei conti, il governo Meloni ha bisogno di presentarsi al meglio alle politiche del prossimo anno e trovare l’alibi – già puntualmente tirato fuori ieri dalla Presidente del Consiglio – di una responsabilità che non è propria rispetto a una situazione che non c’era modo di recuperare, è quanto di meglio potessero sperare. Se a ciò si aggiunge che l’area a caldo non interessava proprio a nessuno, il cerchio è bello che chiuso.
Il nodo, ora, resta quello di vigilare sulle condizioni in cui vorrebbero far proseguire l’area a freddo e la possibilità che possano voler insediare forni elettrici, impianti DRI e chissà cos’altro in un pacchetto la cui sostenibilità ambientale ed economica non è mai stata acclarata da alcuno.
Intanto, suscitano commiserazione le reazioni politiche a livello locale e un certo sconcerto le dichiarazioni indecorose di quanti ancora avanzano proposte per aggirare i provvedimenti giudiziari, richiamano a nuovi decreti per il predominio del profitto, o agitano – come nella peggiore tradizione di questa lunga e triste storia – lo spettro dei licenziamenti per tenere sotto ricatto la città.
E allora la verità va detta fuori dai denti a queste persone che pure abbiamo sperato per anni di vedere al nostro fianco in un’unica, grande battaglia, per il futuro (sano) e la dignità del nostro territorio (con riferimento ai titolari delle aziende e non certo ai loro dipendenti): vi siete cullati per decenni con posizioni di rendita, fatti scudo della peggior politica per non prendere mai in considerazione di diversificare la vostra economia (tranne in rari, virtuosi e pur presenti casi), contando spesso su commesse dirette, salvo piangere quando Mittal attinse da aziende fuori dal territorio non riconoscendo sufficienti competenze nelle vostre. Avete spremuto lo Stato ricorrendo a massicce, comode e pluriennali campagne di cassaintegrazione per alleggerirvi del monte stipendi dei vostri dipendenti e siete rimasti al capezzale della fabbrica anche in lunghi anni in cui non vi pagava. Tutto ciò conoscendo perfettamente la situazione dell’azienda, le sue perdite milionarie costanti, sapendo che ammazzava i vostri operai, così come la gente fuori e siete rimasti lì a non concepire altro che la conservazione del vostro status quo senza sforzi, senza visione e senza remore.
Bè, allora sappiate che in questa nuova fase che speriamo con tutto il cuore possa iniziare per la nostra città, vogliamo che ci sia spazio per i vostri dipendenti, perché di prenditori come voi Taranto può farne volentieri a meno.

