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Continua il coma farmacologico dell’ilva con l’ennesimo prestito!

Arrivano altri 390 milioni di euro di aiuti pubblici per l’ex Ilva.

La Commissione europea ha dato il via libera a un nuovo prestito “di salvataggio” per garantire la continuità operativa di Acciaierie d’Italia per i prossimi sei mesi, in attesa che qualcuno, prima o poi, decida cosa farne davvero.

Soldi che serviranno a pagare stipendi e fornitori, non certo a bonificare, a riconvertire, a ridurre l’impatto ambientale o a immaginare un futuro diverso per Taranto. Ancora una volta la priorità è tenere in vita un sistema che sappiamo essere fallito, rimandando qualsiasi scelta strutturale.

La cosa più surreale è il linguaggio: per Bruxelles l’intervento è “proporzionato”. Proporzionato a cosa? A dieci anni di rinvii, commissariamenti, piani industriali mai realizzati e promesse sempre identiche? Ogni sei mesi cambia il nome del soggetto, ma il copione resta lo stesso: crisi, emergenza, soldi pubblici, nuova gara, nuovo rinvio.

In questo quadro c’è anche una verità scomoda che riguarda gli operai. Difendere il lavoro non può voler dire difendere all’infinito questo modello, come se fosse eterno. Questa non è una stabilità, è una sopravvivenza a tempo determinato, fatta di proroghe e illusioni. E il tempo sta chiaramente scadendo.

Continuare a credere che basti “tenere aperto” per salvare il lavoro significa non guardare in faccia la realtà: senza una riconversione vera, senza un progetto industriale radicalmente diverso, questi posti sono comunque destinati a sparire, solo più lentamente e in modo più doloroso.

Nel frattempo lo stabilimento resta lì, gigantesco e irrisolto, e Taranto continua a vivere dentro una sospensione permanente, senza chiusura, senza vera trasformazione, senza giustizia ambientale.

Non è un salvataggio, è un accanimento terapeutico industriale. E come sempre il conto non lo paga chi decide, ma chi ci vive. Tra l’altro con i soldi dell’intera comunità europea.