Ambiente

Mentre la Corte d’Appello di Milano si appresta a decidere sulla richiesta di sospensione dell’efficacia del decreto che impone il fermo dell’area a caldo dell’ex Ilva, la Regione Puglia mette in scena l’ennesima acrobazia politica.

Processualmente non può formulare richieste diverse dall’atto di intervento nel giudizio inibitorio e si rimette ai giudici; eppure, in un atto giudiziario che parla solo di tutela della salute e disapplicazione dell’AIA nella parte in cui non prescrive al gestore la rimozione totale dell’amianto e laddove non prescrive l’adozione delle misure necessarie per ricondurre l’emissione delle polveri sottili entro limiti di sicurezza con riferimento allo scenario produttivo autorizzato di 6 milioni di tonnellate l’anno, trova il modo di infilare la parola “decarbonizzazione”, del tutto estranea al procedimento.

L’azione legale dei cittadini nasce per fermare l’inquinamento e proteggere la vita. Non c’era e non poteva esserci spazio per riconversioni green negli atti.

Perché la Regione cita la decarbonizzazione proprio ora?

Ora che anche il Governo appare spiazzato di fronte all’ipotesi che sia la magistratura a staccare la spina alla fabbrica, il PD al governo della Regione (da Michele Emiliano a Antonio Decaro) deve riposizionarsi. Evocare la decarbonizzazione è l’ennesimo equilibrismo per tenere dentro tutto: fa l’occhiolino alla cittadinanza ferita, rassicura i sindacati e tutela gli interessi industriali del Nord.

Ma la politica ignora la domanda fondamentale: se nessun privato vuole acquistare l’ex Ilva con un piano credibile, da dove dovrebbero arrivare i miliardi necessari per la decarbonizzazione? Si pensa davvero di gravare ancora sulle casse pubbliche per un’ennesima chimera?

La storiella del polmone economico non regge più: con oltre il 17% di disoccupazione generale e il 40% giovanile, la monocultura dell’acciaio non garantisce più benessere né sviluppo.

L’esperienza dei Giochi del Mediterraneo Taranto 2026 ha mostrato che a Taranto esiste un’alternativa basata su cultura, sport e turismo. Ma dopo una catena infinita di decreti “Salva Ilva”, la politica si rifiuta di ammettere la verità: a Taranto la vera bomba sociale e sanitaria non è la chiusura dello stabilimento, ma la sua prosecuzione.

Sventolare la formula magica della decarbonizzazione serve solo a perpetuare il ricatto occupazionale e a bloccare il futuro del territorio.