In queste ore centinaia di lavoratori dell’ex ilva stanno bloccando gli ingressi della città.
Conosciamo bene la loro paura: la paura di perdere il lavoro, la dignità, la sicurezza per la propria famiglia. È la stessa paura che ha attraversato Taranto per decenni.
Ed è proprio per questo che, da sempre, non da oggi, chiediamo una cosa precisa: la chiusura degli impianti inquinanti accompagnata dalla tutela dei posti di lavoro nelle bonifiche e nella riconversione.
Non scendiamo in strada oggi perché non possiamo metterci sullo stesso piano di una protesta che chiede la prosecuzione di attività industriali ormai insostenibili, pericolose e senza futuro.
Taranto non può essere bloccata e colpita ancora una volta: è già stata la prima vittima di questa storia, quella che ha pagato il prezzo più alto. Sarebbe davvero oltre al danno, la beffa.
E soprattutto: cosa stiamo difendendo?
Uno stabilimento che cade a pezzi, che nessuno vuole comprare, che non offre garanzie occupazionali e che continua a consumare salute, ambiente e risorse pubbliche? O stiamo difendendo il fantomatico progetto della decarbonizzazione da realizzare con dispendi economici impressionanti, per mantenere un inquinamento più basso a fronte di migliaia di esuberi?
No. Noi crediamo in altro.
Crediamo nella riconversione, nella bonifica, nella possibilità di creare lavoro vero, pulito, stabile.
Crediamo che la città e i lavoratori debbano finalmente stare dalla stessa parte: non per difendere il passato, ma per pretendere un futuro.
Per questo il 29 novembre saremo in piazza.
E invitiamo anche le lavoratrici e i lavoratori a unirsi a noi: perché solo insieme possiamo chiedere l’unica strada che ha senso, l’unica che mette al centro Taranto e chi ci vive.
Chiudere. Bonificare. Ricostruire.
Non crediamo in altro.


