Di Antonio Procacci, giornalista:
“Bisogna chiudere”.
Così mi rispose l’ematologo tarantino Patrizio Mazza alla domanda: “Come se ne esce?”. Era il 2007, quasi vent’anni fa, cinque anni prima dell’inchiesta che portò al sequestro degli impianti a caldo dell’ex Ilva e all’arresto di alcuni dirigenti, tra cui il patron Emilio Riva.
In quegli anni realizzai un reportage sui veleni di Taranto. Ogni giorno si raccoglieva il minerale nelle case del quartiere Tamburi. La fabbrica produceva a pieno regime. Uccideva fuori. E uccideva dentro.
Oggi inquina certamente meno, perché produce poco o nulla rispetto ad allora. Ma continua a uccidere dentro.
Loris, 36 anni, due figli piccoli, è solo l’ultimo di una lunga lista. Quasi due mesi fa toccò a Claudio, 47 anni, un figlio. E chissà chi sarà il prossimo. Quanti orfani, quante vedove. Vittime anche loro, che dopo i funerali scompaiono dal dibattito pubblico.
“Bisogna chiudere”, disse Mazza.
“Bisogna chiudere”, lo ripete da anni l’attore Michele Riondino, e lo pensa una larga parte dei tarantini.
Bisognava chiudere già da anni. Probabilmente dal 2012.
“E i lavoratori?”, rispondono quelli che vogliono tenerla aperta. I sindacati, per esempio.
Ma sapete quanto è costato mantenere l’Ilva aperta negli ultimi tredici anni? 3,6 miliardi di euro, tra cassa integrazione e decreti vari. Davvero qualcuno vuole sostenere che con 3,6 miliardi non si potesse garantire il lavoro fino alla pensione a 10.000 operai e avviare la bonifica del sito?
E attenzione: sono 3,6 miliardi finora. Chissà quanto altro spenderemo per non avere il coraggio di fare l’unica cosa necessaria. Perché, ancora una volta, bisogna chiudere.
“Ma l’acciaio è strategico”, dicono politici e industriali.
Un’altra ipocrisia: l’ex Ilva produce pochissimo da anni. La sua chiusura non cambierebbe quasi nulla rispetto alla situazione attuale. Se non una cosa: smetteremmo di fingere. Perché bisogna chiudere.
La politica ha fallito. Tutta. Nessuno può chiamarsi fuori.
A poco più di un anno dalle elezioni, nessuno avrà il coraggio di chiudere quella fabbrica maledetta. Resta solo una speranza: che lo faccia il Tribunale di Milano, come minacciato nei giorni scorsi.
Non vedo altre strade. A meno di continuare a prenderci in giro. E a fingere dolore per il prossimo morto.”

