Acciaierie d’Italia inquina anche da ferma: le evidenze dei controlli di Ispra e Arpa
Mentre la politica discute di rilanci, quote di mercato e acquirenti fantomatici, la realtà dei dati – quella che respiriamo e subiamo ogni giorno – continua a presentare il conto. L’ultimo schiaffo a Taranto arriva direttamente dai controlli di Ispra e Arpa Puglia, che hanno spinto il Ministero dell’Ambiente (Mase) a firmare una diffida ufficiale nei confronti di Acciaierie d’Italia.
Sotto la lente d’ingrandimento sono finiti gli scarichi idrici collegati alla vasca loppa dell’altoforno (lo scarico parziale 12AI-B). I campionamenti non lasciano spazio a interpretazioni e mostrano sforamenti record rispetto ai limiti di legge (D.Lgs. 152/2006):
Alluminio: 9,635 mg/l trovato nelle acque, contro un limite massimo di 1 (quasi 10 volte oltre la norma).
Boro: 4,86 mg/l, a fronte di un limite tabellare di 2.
Solidi sospesi totali: 258 mg/l, quando la legge fissa il tetto a 80.
Una condanna scritta: gli impianti non sono compatibili con la vita.
La diffida del Ministero impone all’azienda di presentare entro 30 giorni una relazione sulle cause del superamento e uno studio di fattibilità per eliminare il problema. Ma noi sappiamo bene che si tratta dell’ennesimo palliativo inutile. Come denunciamo da tempo, questi impianti continuano a contaminare aria, acqua e suolo anche quando la produzione è ridotta al minimo. Non basta cambiare i decreti o aggiornare i piani ambientali (Aia) per cancellare la natura inquinante dell’ ex-Ilva.
Cosa deve succedere ancora?
La diffida ministeriale lo dice chiaramente: in caso di violazioni reiterate più di due volte l’anno, l’autorità competente deve procedere alla sospensione dell’attività per un tempo determinato.
A fine marzo il Tribunale di Milano aveva ordinato lo stop dell’area a caldo a partire da agosto 2026, ma i successivi ricorsi incrociati hanno congelato l’esecutività di quel provvedimento. Nel frattempo, lo stabilimento continua a scaricare veleni oltre i limiti consentiti.
La salute dei cittadini di Taranto non può essere una variabile dipendente dai tempi della burocrazia o dai ricorsi legali delle multinazionali. L’unica vera transizione giusta passa per la fermata immediata degli impianti e la bonifica del territorio.
