In arrivo la 23^ legge salva-Ilva
Un altro decreto. Un altro intervento d’urgenza. Un’altra iniezione di soldi pubblici per tenere in piedi l’ex Ilva. Il Governo si prepara a varare un nuovo provvedimento per garantire la continuità produttiva di Acciaierie d’Italia: stipendi, manutenzioni, forniture, impianti. In pratica, si continua a finanziare la sopravvivenza di un sistema che senza sostegno pubblico non sta più in piedi.
E mentre si parla di “soluzioni”, la realtà è sempre la stessa: la cessione non arriva, le decisioni si rinviano, e il conto continua a crescere sulle spalle dei cittadini. Lo ha annunciato il ministro Giancarlo Giorgetti: si va verso un nuovo decreto. Ancora una volta, quindi, soldi pubblici per tamponare l’emergenza.
E allora il quadro è sempre più chiaro:
• 3,6 miliardi di euro sprecati dal 2012 a oggi tra decreti “salva Ilva” e interventi straordinari.
• 240 milioni di euro freschi di oggi (dal Decreto Accise) per grattare il fondo del barile degli aiuti europei consentiti.
• 3.800 lavoratori a Taranto condannati a un altro anno di Cassa Integrazione Straordinaria (CIGS) mentre la fabbrica è ferma al palo. Risorse pubbliche e fondi originariamente destinati alle bonifiche progressivamente assorbiti dalla gestione industriale.
Nuovi stanziamenti continui solo per evitare il collasso immediato e prolungare l’agonia. Ogni intervento viene presentato come temporaneo. Ogni volta come necessario “in attesa della soluzione definitiva”. Ma la soluzione definitiva non arriva mai.
Nel frattempo Taranto resta sospesa: tra lavoro e salute, tra promesse e commissariamenti, tra emergenze che si rincorrono senza fine.
E forse la verità è proprio questa: non è più una scelta industriale, ma un continuo rinvio politico. Un passaggio di mano tra governi diversi che preferiscono non prendersi la responsabilità della decisione inevitabile, quella che nessuno vuole firmare per non restare con il cerino in mano: la chiusura di un impianto che, così com’è, continua a costare troppo ai cittadini, troppo alla città e troppo al futuro.
