Il tempo chiude i processi, Taranto resta avvelenata
C’è un momento, nei processi che riguardano Taranto, in cui il tempo prende il sopravvento sui fatti. È successo di nuovo. Nichi Vendola esce dal procedimento Ambiente Svenduto non perché un’aula abbia stabilito cosa sia accaduto davvero, ma perché il reato si è consumato prima che arrivasse una parola definitiva. La Corte d’Assise di Potenza ha dichiarato la prescrizione per lui e per altri quattordici imputati, chiudendo un altro capitolo di una vicenda che da anni si trascina tra carte, rinvii, annullamenti, sentenze che nascono e poi si dissolvono.
E così, mentre il processo si sgonfia nei suoi stessi tempi, resta l’impressione di una storia che continua a sfuggire. Una storia che riguarda una delle più grandi ferite industriali e ambientali del Paese, e che pure sembra destinata a non trovare mai un punto fermo. Ogni volta che un procedimento si chiude senza arrivare al merito, si ha la sensazione che qualcosa si perda per strada: non solo un passaggio giudiziario, ma un pezzo di fiducia collettiva.
Le domande, invece, restano tutte lì. Chi risponde davvero di ciò che è accaduto a Taranto? Chi risponderà mai del modello industriale che ha segnato la città per decenni? Chi risponderà dei danni ambientali e sanitari che continuano a emergere, anno dopo anno, come se il tempo non avesse alcun potere su di loro?
Perché la prescrizione riguarda i reati, non le conseguenze. L’inquinamento non si prescrive. Le malattie non si prescrivono. Le scelte politiche che hanno permesso tutto questo non si dissolvono con un atto formale. Rimangono, come rimane una città che da troppo tempo aspetta risposte che non arrivano mai.
