Ambiente

EX ILVA, L’ENNESIMO TENTATIVO DI RINVIARE LO STOP: ILVA RICORRE IN CASSAZIONE

Ilva in Amministrazione Straordinaria, proprietaria degli impianti dell’ex Ilva di Taranto, ha presentato ricorso in Cassazione contro il decreto della Corte d’Appello di Milano che ha disposto la fermata dell’area a caldo entro 90 giorni, con scadenza il prossimo 28 ottobre.

Il provvedimento arriva al termine del giudizio promosso dall’Associazione Genitori Tarantini e da alcuni cittadini, e riguarda questioni molto concrete: emissioni, polveri sottili e presenza di tonnellate di amianto.

Ora Ilva prova a ribaltare quella decisione con un ricorso articolato in quattordici motivi, prevalentemente tecnico-giuridici.

C’è però un punto fondamentale: il ricorso in Cassazione non sospende l’esecutività del decreto.

Lo ha chiarito anche l’avvocato Maurizio Rizzo Striano, che ha difeso i ricorrenti: la decisione della Cassazione arriverà presumibilmente ben oltre la scadenza fissata dalla Corte d’Appello. Quindi, almeno per ora, il 28 ottobre resta il termine entro il quale gli impianti dovranno fermarsi.

Il tentativo potrebbe essere allora quello di ottenere dalla Corte d’Appello la sospensione del decreto in attesa della pronuncia della Cassazione.

Ed eccoci di nuovo qui.

Ogni volta che sembra arrivare un punto fermo sulla vicenda ex Ilva, si cerca un’altra strada per spostarlo un po’ più avanti. Un ricorso, una proroga, un decreto, un prestito, qualche altro mese da guadagnare.

Sono quattordici anni che Taranto assiste a questo continuo “tirare a campare”.

Quattordici anni durante i quali si sono trovati miliardi, norme, commissari, scudi e soluzioni d’emergenza per tenere in vita la fabbrica, senza riuscire a costruire una soluzione definitiva né per Taranto né per i lavoratori.

E c’è un aspetto che rende questa vicenda ancora più paradossale: Ilva in Amministrazione Straordinaria è sotto controllo pubblico.

Mentre lo Stato dovrebbe utilizzare questo tempo per preparare seriamente ciò che viene dopo — tutelare i lavoratori, organizzare la fermata in sicurezza, avviare finalmente le bonifiche e costruire un futuro diverso per quest’area — si continua ancora una volta a percorrere la strada dei tribunali per provare a tenere aperti impianti sui quali proprio la giustizia ha imposto uno stop.

E no, non è una battaglia tra chi vuole l’industria e chi sarebbe “contro l’industria”.

Qui si parla di una fabbrica sulla quale esistono da anni pronunciamenti della magistratura italiana ed europea e di problemi che riguardano la salute, le emissioni e persino la presenza di amianto.

Poi sarà naturalmente la Cassazione a stabilire se i motivi del ricorso siano fondati.

Ma oggi c’è un fatto molto semplice: esiste un decreto, quel decreto è esecutivo ed esiste una data. Il 28 ottobre 2026.

Noi quella data ce la segniamo.

Perché dopo quattordici anni passati a cercare il modo di guadagnare qualche altro mese, sarebbe ora di smetterla di pensare a come prolungare questa agonia e cominciare finalmente a occuparsi seriamente del dopo.

Tutela dei lavoratori, fermata degli impianti, bonifiche e futuro per Taranto.

Il tempo per “tirare a campare” è finito.