TARANTO SVEGLIATI, DICE CONVERTINO.
SU QUESTO SIAMO D’ACCORDO: SVEGLIAMOCI DAVVERO.
Nicola Convertino, presidente di Aigi, l’associazione che rappresenta le imprese dell’indotto ex Ilva, lancia un appello alla città contro quella che definisce la trasformazione dell’ambientalismo in “anti-industrialismo”.
Il ragionamento è questo: dal 2012 la fabbrica sarebbe profondamente cambiata. I parchi minerali sono stati coperti, sono stati installati i filtri Meros, la produzione è scesa sotto i due milioni di tonnellate e, in futuro, con la decarbonizzazione e i forni elettrici, verrebbe eliminato il carbone e con esso, scrive Convertino, “le ultime, eventuali criticità emissive”.
Da qui l’accusa: chi continua a chiedere la chiusura della fabbrica non difenderebbe più la salute, ma un’ideologia anti-industriale. E poi la solita domanda: pensiamo davvero che Taranto possa vivere di solo turismo?
No, presidente Convertino.
Noi non pensiamo che Taranto debba vivere di solo turismo.
Pensiamo che Taranto debba finalmente smettere di vivere in funzione di una sola fabbrica.
Ed è una differenza enorme.
Nessuno nega che siano stati coperti i parchi minerali (peraltro abbastanza inutilmente visto che insistono chilometri di nastri trasportatori che portano il minerale dal porto alla famigerata copertura). Nessuno nega l’installazione dei Meros. Nessuno nega che la produzione si sia abbassata, grazie innanzitutto alla fatiscenza degli stessi impianti che soli soli, stanno arrivando al naturale fine vita.
Ma sarebbe interessante chiedersi anche perché siano stati necessari gli interventi effettuati.
Perché quella fabbrica è arrivata al 2012 dopo decenni di emissioni, contaminazione e danni che Taranto ha pagato sulla propria pelle. E soprattutto perché, dopo quattordici anni di decreti, commissariamenti, scudi penali, prestiti, soldi pubblici, promesse di ambientalizzazione e poi di decarbonizzazione, siamo ancora qui a discutere di come rendere compatibile con la città un impianto che compatibile evidentemente non è mai riuscito a diventare.
Convertino cita poi un dato che dovrebbe far riflettere persino più noi che lui: la produzione è scesa sotto i due milioni di tonnellate.
Esatto.
E allora facciamocela davvero una domanda: quanti altri miliardi pubblici dobbiamo investire per mantenere in piedi una fabbrica che produce ormai una frazione di ciò che produceva, mentre da anni si continua a raccontare ai tarantini che senza quella fabbrica la città morirebbe?
E arriviamo alla “decarbonizzazione”.
Da quattordici anni Taranto viene tenuta appesa a una promessa successiva all’altra. Prima l’ambientalizzazione, poi la produzione “pulita”, poi la decarbonizzazione, oggi i forni elettrici e il DRI.
Sempre con altri miliardi.
Sempre chiedendo a Taranto di sacrificarsi.
E adesso dovremmo addirittura credere che i forni elettrici eliminerebbero, testualmente, “le ultime, eventuali criticità emissive”.
“Eventuali”.
A Taranto siamo arrivati persino a definire “eventuali” le criticità emissive di uno dei più grandi complessi siderurgici d’Europa.
E chi non accetta questa narrazione sarebbe mosso dall’ideologia.
No.
L’ideologia è continuare a pensare che industria significhi necessariamente siderurgia.
L’ideologia è pensare che Taranto debba scegliere tra l’Ilva e il deserto.
L’ideologia è raccontare che l’alternativa alla fabbrica siano quattro turisti e i Giochi del Mediterraneo.
Taranto ha un porto, un arsenale, cantieristica, logistica, università, ricerca, mare, mitilicoltura, cultura, turismo in crescita e soprattutto competenze industriali che potrebbero essere impiegate in una vera riconversione economica e produttiva.
E nessuno di noi ha mai pensato che migliaia di lavoratori possano essere lasciati a casa dalla sera alla mattina.
Al contrario: la tutela dei lavoratori deve essere parte centrale di qualsiasi percorso di chiusura e riconversione, attraverso ricollocazioni, prepensionamenti, bonifiche, formazione e investimenti seri su attività alternative.
Perché c’è un’altra cosa che andrebbe finalmente detta.
Difendere il lavoro non significa necessariamente difendere quella fabbrica.
E rappresentare le imprese dell’indotto non significa poter trasformare un interesse economico — assolutamente legittimo — nell’interesse generale di un’intera città.
Noi non siamo contro l’industria.
Siamo contro questa industria quando continua a pretendere che Taranto ne sopporti costi ambientali, sanitari, economici e sociali mentre al resto del Paese viene presentata come strategica.
Dopo sessant’anni, Taranto ha tutto il diritto di immaginare un modello diverso.
Convertino conclude: “Taranto svegliati: il futuro si costruisce con i fatti, non con gli slogan”.
Su questo, almeno, siamo perfettamente d’accordo.
Taranto, svegliati.
Perché forse lo slogan più vecchio di tutti è proprio quello che ci ripetono da sessant’anni:
“Senza questa fabbrica non avete futuro”.
È arrivato il momento di dimostrare che non è vero.

